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La puntata speciale di ”Invito Personale” per l’Afghanistan, registata in Sala A a via Asiago, a Roma ed andata in onda venerdi’ 15 ottobre, su Rai Radio 1, è stata ripresa integralmente anche in webcam. Qui vi riproponiamo alcuni tra i momenti più significativi ed emozionanti dell’iniziativa.
Il ministro Frattini e il direttore Preziosi intervistati da Gaetano Barresi -
Venerdi’ 15 ottobre, su Rai Radio 1, andrà in onda un numero speciale di ”Invito Personale”, con gli interventi del ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, del direttore generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Elisabetta Belloni, dell’invito speciale della Farnesina per Afghanistan e Pakistan, ambasciatore Massimo Iannucci, e del direttore di Radio1 e del Giornale Radio Rai, Antonio Preziosi.
Previste, inoltre, numerose testimonianze e collegamenti, la musica di Alex Britti, Danilo Rea, Marco Mengoni, Chiara Civello e tanti altri.
Durante la registrazione del programma, telefonata a sorpresa di Fiorello.
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La radio “strumento di pace e di riconciliazione” per sconfiggere il terrorismo in Afghanistan attraverso l’educazione e la conoscenza. E’ l’obiettivo dell’iniziativa “Una radio per l’Afghanistan”, portata avanti dalla Cooperazione italiana allo Sviluppo, assieme a Radio Uno Rai e all’Interprete internazionale. Nelle zone più isolate dell’Afghanistan saranno distribuite radio a dinamo e a energia solare per dare “una voce alla speranza”. Allo stesso tempo l’Italia continuerà a sostenere un’emittente locale che produce programmi educativi rivolti a famiglie e bambini. “La radio può diffondere messaggi di pace e riconciliazione”, ha spiegato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante la registrazione di una puntata speciale del programma di Rai Radio 1 “Invito Personale”, che andrà in onda venerdì alle 21. In questa circostanza il titolare della Farnesina ha lodato il lavoro della direzione generale per la Cooperazione italiana allo Sviluppo, che ha permesso di ricostruire da zero la sede dell’emittente Ertv, la radio-televisione educativa dell’Afghanistan. “I programmi educativi (diffusi in lingua dari e pashtu, ndr) sono rivolti soprattutto ai bambini, cui è impedito di andare a scuola”, ha aggiunto Frattini, “Questi programmi insegnamo loro a parlare e attraverso questi canali riusciamo a trasmettere messaggi positivi. Regaleremo migliaia di radioline alla popolazione afghana, per arrivare nelle zone più sperdute del Paese, dove la radio e’ l’unico mezzo di comunicazione”. Ma per riuscire in questo obiettivo serve anche l’impegno dei privati. “Chiediamo il sostegno delle imprese italiane per inviare il maggior numero possibile di radio”, ha sottolineato il direttore generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Elisabetta Belloni, che ha partecipato all’iniziativa insieme all’inviato speciale di Frattini in Afghanistan e Pakistan, Massimo Iannucci, e al direttore di Radio 1 e del Giornale Radio Rai, Antonio Preziosi. “Questa iniziativa intende portare un messaggio di civilità, di pace e di crescita” per l’Afghanistan, ha spiegato Preziosi, “Radio 1 è un’antenna al servizio della pace”. Nel corso della puntata speciale del programma, un “viaggio tra informazione e musica” con i contributi di celebri giornalisti e cantautori.
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Un appuntamento straordinario, oggi in Sala A, la storica sede di Radio Rai in via Asiago, a Roma. La registrazione di un “Invito personale” davvero speciale per promuovere “Una radio per l’Afghanistan”, che andrà in onda venerdì prossimo, 15 ottobre, alle ore 21 su Radio1. I vertici della Cooperazione italiana spiegheranno l’iniziativa, che intende sostenere ERTV e favorire la distribuzione delle piccole radio a dinamo e pannello solare da portare in dono nei villaggi più remoti. Parteciperanno il ministro degli Affari Esteri Franco Frattini e il Direttore del Giornale Radio Rai e di Radio1 Antonio Preziosi. Ad animare il programma artisti del calibro di Marco Mengoni (vincitore dell’ultima edizione di X factor e reduce da una tournée di successo), Chiara Civello (una nostra cantautrice divisa tra New York e Rio de Janeiro), Danilo Rea (grande pianista del jazz italiano e storico collaboratore di Mina). Anche Lucio Dalla, Ron e tanti altri hanno assicurato la loro presenza in Sala A e con collegamenti telefonici.
Protagonisti e ospiti dello speciale:
Franco Frattini (Ministro Affari Esteri)
Elisabetta Belloni (Direttore Generale Cooperazione allo Sviluppo)
Ambasciatore Massimo Attilio Iannucci (Inviato speciale
del Ministro degli Esteri per l’Afghanistan e il Pakistan)
Claudio Glaentzer (Ambasciatore italiano a Kabul)
Staffan De Mistura (Rappresentante Onu in Afghanistan)
Antonio Preziosi (Direttore Giornale Radio Rai e Radio1)
Duilio Giammaria (Inviato Speciale Rai)
Gaetano Barresi (Capo redazione Esteri Giornale Radio)
Giancarlo Giannini (Attore) -

Tanta la folla accorsa per l’ultimo saluto ai quattro alpini. Un lungo applauso ha accolto i feretri, poi è caduto un silenzio irreale sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli, per i funerali solenni dei militari italiani uccisi in Afghanistan, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. C’erano tutte le autorità istituzionali, politiche e militari ad assistere alle esequie e raccolte attorno alle famiglie dei caduti. Il rito è stato celebrato dall’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelivi: ‘Profeti del bene comune, decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto. Erano in Afghanistan – ha detto tra l’altro Mons. Pelivi- per difendere, aiutare, addestrare’. Le quattro bare, avvolte nel tricolore, erano poste davanti all’altare. vicino il caratteristico cappello piumato su un cuscinetto rosso. sul lato destro della basilica c’erano parenti dei caduti, assistiti dagli psicologi dell’Esercito. Nella chiesa gremita di militari, autorità, ma anche gente comune, spiccano le penne nere degli alpini. L’ingresso dei feretri nella chiesa è stato accolto da un applauso. Una delle immagini più toccanti è stata quella dei genitori delle vittime dell’agguato terroristico di Farah con le foto dei propri figli strette al petto: le famiglie dei caduti erano sedute nelle prime file del lato destro della chiesa. Tra le foto si distingueva quella del più giovane dei soldati uccisi, il 23enne Marco Pedone.
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Le testimonianze dei nostri inviati – Carmela Giglio
Marwa prima mi fissa intimidita , poi sembra acquistare coraggio, gli occhioni scuri e profondi si accendono di luce, e lei si avvicina agitando verso di me la sua latta di stagno da cui sale un filo di fumo. E’ lo “spandi”, una specie di erba aromatica: si dice che esserne sfiorati, inalarne l’aroma , porti fortuna.
Dispensatori di buona sorte grazie a un mucchietto d’erba che brucia in un barattolo. E’ anche così che che i bambini afgani si guadagnano di che sopravvivere. Vedi le loro faccette spuntare dal finestrino delle auto, ti si aggrappano quando sei in giro.
Anche ora che in mezzo al caos di Kabul si intravedono i primi segnali di rinascita….più strade asfaltate , nuovi edifici, loro – i bambini di strada sono sempre qui a ricordarti la faccia nascosta di questo paese, dove i fiumi di denaro versati dalla comunità internazionale hanno finito in troppi casi solo per oliare la macchina della corruzione – l’unica impresa afgana al momento autenticamente efficace – lasciando a bocca asciutta la maggioranza della popolazione. Questi bambini che si trascinano giorno dopo giorno tra mille espedienti – sessantamila solo a nella capitale – non sono quasi mai orfani. Ma disperatamente poveri sì.
La scuola per bambini così è un lusso. Il diritto all’istruzione è oggi garantito dalla Costituzione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan e dalla caduta del regime talebano il numero degli allievi nelle scuole si è quintuplicato . Eppure , in un paese in cui l’ottanta per cento della persone non sanno nè leggere nè scrivere , sono ancora sette milioni – circa la metà dell’intera popolazione infantile – i bambini afgani che non mettono piede in un’aula scolastica.
Ed è proprio ai piccoli che vivono sulla e della strada che si rivolgono i volontari di “Aschiana”, che in lingua dari significa il nido. Nelle scuole che l’organizzazione benefica ha creato a Kabul, ma anche ad Herat e Mazar-i-sharif, c’è posto soprattutto per “gli ultimi”, i bambini più poveri che al mattino possono studiare e al pomeriggio andare al lavoro , ricevere una formazione professionale che possa aiutarli a riscattarsi, a costruirsi un futuro.
“Occorre tempo, siamo riusciti a fare enormi passi avanti . non possiamo scoraggiarci di fronte alle tante sfide che ancora ci attendono” dice Suraya Pakzad – fondatrice e “anima” della Voice of Women Organization. A vederla così dolce, pacata, mai un sospiro di stanchezza, o un sussulto di stizza, non diresti che su di lei pende una condanna a morte emanata dai fondamentalisti islamici. Nella sede della sua associazione, ad Herat, ci racconta come ha mosso i primi passi di un percorso che l’ha portata ad essere inserita nel 2009 dalla rivista Time tra le cento persone più influenti al mondo,. e che ha spinto il Dipartimento di Stato americano ad insignirla di un premio dedicato alle donne che si distinguono per il loro coraggio. La storia di Suraya comincia nell’Afghanistan prigioniero del regime talebano.
“Suraya – mi dissi un giorno – devi fare qualcosa e non puoi farlo da sola. Devi chiedere aiuto cosi mi rivolsi agli amici. E li incitai: noi che in qualche modo abbiamo ricevuto un’istruzione non possiamo restarcene a guardare. E’ tempo di aiutare le ragazze che oggi sono condannate all’ignoranza. Cominciammo cosi, con delle scuole “clandestine” che arrivarono ciascuna ad ospitare fino a 300 bambine. Sapevamo perfettamente che eravamo esposti ad un rischio enorme. Per i talebani quello che stavamo facendo era un crimine . Non c’era nessuno che potesse proteggerci. Cosi avevamo escogitato un meccanismo di autodifesa davvero naif. In quelle vecchie case diventate le nostre scuole-rifugio c’erano delle stufe Cosi ci accordammo: se i talebani avessero fatto irruzione, avremmo dovuto buttare libri, quaderni, nel fuoco e semplicemente bruciare tutto”.
Dopo essersi battuta per restituire alle bambine il diritto all’istruzione, perchè fossero considerate persone, e non controfigure di un’universo tutto maschile , Suraya fece un passo in più. Spostò l’attenzione dalle figlie alle madri. A donne che – ancora adesso, a più di nove anni dopo la caduta del regime talebano – non hanno da temere solo la minaccia fondamentalista, ma restano ostaggio di violenze domestiche inaudite, di angherie dettate da antichi codici tribali. E ha creato una rete di case “di accoglienza” , dove le donne in fuga da inferni domestici vengono curate, fisicamente e psicologicamente.
” All’inizio – ci dice Suraya – ero sopraffatta dalle storie orribili che mi scorrevano davanti. La notte non riuscivo a chiudere occhio. Ma ora cerco di guardare le cose da un altro punto di vista, concentrandomi su quanto di positivo riusciamo a fare , aiutando le donne che si rivolgono a noi “.
Le storie di Aschiana e della Voice of Women Organization sono coni di luce in una realtà , quella afgana, dove sono ancora le ombre a prevalere. La guerra cominciata nel 2001 è appena entrata nel suo decimo anno. Eppure nonostante il numero delle forze internazionali sia salito a circa 150 mila unità, la partita con gli insorti è tutt’altro che chiusa. Il prezzo politico del conflitto si sta facendo insostenibile per una comunità internazione che – con l’America di Barak Obama in testa – sembra ora aver fretta di trovare una via d’uscita negoziale. La chiave potrebbe essere quel piano di riconciliazione nazionale che il presidente Karzai ha avviato . Si tratta di dividere il fronte degli insorti, di provare a scendere a patti con il nemico. Un processo non privo di incognite . E c’è chi – come Suraya – teme di finir risucchiata nel passato. “L’Afghanistan – ci dice – sta vivendo un periodo delicato, difficile. Alla comunità internazionale chiedo : non abbandonateci proprio ora. I talebani minacciano di ridurre a carta straccia la nostra costituzione. Quello che abbiamo ottenuto finora lo dobbiamo soprattutto alla pressione che voi occidentali avete esercitato sul nostro governo. Per favore non lasciateci soli”. -

Oggi su Facebook molte immagini dei profili sono sostituite con tricolori listati a lutto. Solo una delle tante testimonianze di dolore, vicinanza, affetto e rabbia per l’infame agguato in cui hanno perso la vita quattro alpini. Un loro commilitone si chiama Luca Cornacchia ed è rimasto gravemente ferito. E’ un militare abruzzese, anche lui ha un profilo su Facebook, tiene i contatti con i suoi 59 “amici” e posta il suo personale diario afghano. La sua bacheca è pubblica, visibile a tutti. Nella pagina, tra un video di Carmen Consoli e una canzone di Vasco Rossi, emerge e ci commuove la foto di un soldato che dà la mano a un bambino del posto, con una didascalia “non importa quanto doniamo ma quanto amore mettiamo in quello che doniamo”. L’ultimo messaggio, datato 3 ottobre, è uno sfogo: “Mi sono rotto di stare qui in Aghanistan, non si capisce nulla”. E pure, una ventina di giorni prima, aveva postato un articolo del Giornale dal titolo: “Sorpresa, l’Italia sta vincendo in Afghanistan”. Impressiona leggerne ora le prime righe: “I soldati italiani applicano la strategia americana e la dottrina Petraeus con un pizzico di fantasia nostrana. Nella provincia di Farah, dove un tempo era rischioso circolare, ora gli alpini dormono nei villaggi con i locali”. Tra gli altri post di Luca Cornacchia, un messaggio di speranza, “Tranquilli cuccioli vi riporto tutti a casa…” e uno dedicato alla moglie, Monica: “Amore sei la mia vita”. Tra le info della sua pagina, alla voce “datore di lavoro”, Luca ha inserito: “Impiegato statale”. Anche Gianmarco Manca, una delle vittime dell’attentato, aveva una sua pagina Facebook. Che si apre ancora con la massima: E’ MEGLIO MORIRE IN PIEDI….KE VIVERE UNA VITA STRISCIANDO……

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Nei villaggi afghani è facile incontrare bambini che, dopo aver partecipato al raccolto si ritrovano all’ombra degli alberi di gelso. Il capo
villaggio ha una piccola radio gracchiante: i bambini seguono con attenzione. La musica sale di tono, per poi lasciare spazio ad una voce gracchiante che chiede: “Siete pronti?”. I bambini gridano all’unisono: “Sì…sì!”. È iniziata la lezione. -
Ogni anno 5 milioni di studenti di ogni età frequentano vere scuole, ma per altri 7 milioni di ragazzi l’unica speranza di avere un minimo di educazione è poter ascoltare un programma educativo. La radio, è il principale mezzo di comunicazione, usata dall’85% della popolazione. Una semplice radiolina e la magia che rompe l’isolamento è fatta.
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Bungaro, chitarra e voce
Il jazz di Danilo Rea
Chiara Civello, un canto per l’Afghanistan










